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Controprogetto

Creative Recycling Factory

"C’è una sorta di sartorialità nel nostro modo di lavorare, facciamo incontrare le persone con i materiali, con gli oggetti e con le loro storie. In questo senso, il nostro è sempre un lavoro su misura"


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Controprogetto progetta e realizza pezzi unici, arredi su misura, allestimenti e spazi pubblici, utilizzando materiali di recupero. Valeria Cifarelli, Matteo Prudenziati, Davide Rampanelli e Alessia Zema fondano il laboratorio nel 2003 a Milano all’interno dell’esperienza di riqualificazione urbana partecipata della Stecca degli Artigiani, vecchia fabbrica nel quartiere Isola contenitore multidisciplinare di artigianato, associazionismo e arte. Il loro primo progetto è stato un parco giochi in uno sperduto paesino del Kosovo realizzato attraverso un percorso di progettazione partecipata, da allora non hanno mai smesso di costruire, progettare e sperimentare, passando dalle commissioni per abitazioni private a quelle per grandi brand, dagli allestimenti per fiere, presentazioni e sfilate ai progetti speciali sempre nel segno della partecipazione.

Controprogetto è un nome e una dichiarazione di intenti, ci spiegate cosa significa?
Nel 2003 cercavamo un nome per la nostra associazione e volevamo qualcosa che esprimesse la nostra consonanza con lo spirito della Stecca. Eravamo già pienamente consapevoli, inoltre, di voler lavorare con un approccio al design più legato al “fare” che al progetto in sé. Una scelta nata anche in antitesi all’orientamento formativo di scuole e università che prediligono la progettazione e la teoria al cantiere e all’esperienza diretta sul campo. Ci è sembrato molto naturale, perciò, definirci come un gruppo di lavoro improntato all’azione.

Come vi definireste: uno studio, un gruppo di lavoro, un collettivo?
Il nostro lavoro tiene insieme aspetti diversi: il fare artigiano, la capacità progettuale, la vocazione imprenditoriale. Spesso noi stessi facciamo fatica a trovare una definizione univoca, sicuramente la parola che più ci assomiglia è laboratorio. Un laboratorio che è in grado di progettare e realizzare.

Come sintetizzereste il percorso dal 2003 a oggi?
Il fil rouge di questi 14 anni è stato la spontaneità. Abbiamo deciso di lavorare con materiali di recupero perché li avevamo sotto gli occhi ogni giorno nella fabbrica abbandonata in cui stavamo agli inizi. Se è vero, come dice Franco La Cecla, che i rifiuti non sono una condizione della materia ma uno stato della mente, allora si può sempre dare nuova vita a qualcosa destinato a diventare spazzatura. Un modo per noi per contenere i costi ma anche una scelta precisa di riduzione degli sprechi. I primi tempi sono stati difficili perché non sempre il nostro lavoro sui materiali veniva capito. Siamo felici di essere stati i precursori in Italia di un approccio, etico ed estetico al tempo stesso, che si è piano piano imposto ovunque.

Che tipo di sensazioni volete suscitare con il vostro lavoro?
Che lavoriamo per aziende oppure per abitazioni private, cerchiamo sempre di raccontare delle storie. È il nostro modo di interpretare lo slow-living, in una società sempre di fretta che dà per scontate troppe cose, vogliamo ridare valore al tempo e al senso della memoria che si stratifica negli oggetti.

Il vostro lavoro potrebbe essere definito un’interpretazione contemporanea del lavoro artigiano. Perciò, dal vostro punto di vista, chi è l’artigiano oggi e chi è il designer?
Crediamo nella contaminazione continua fra queste due professionalità e, sebbene artigiani e designer siano ancora figure troppo spesso distanti, le generazioni più giovani stanno mutando il panorama. Anche in questo senso, tante cose sono cambiate da quando abbiamo iniziato noi; nei primi anni Duemila era abbastanza raro trovare figure ibride come le nostre in grado di seguire -- per così dire -- tutta la filiera dall’inizio alla fine. Oggi per fortuna non è più così, basti pensare ai makers.

Pensando allo spazio domestico, che tipo di clientela si rivolge a voi?
Chi ama i materiali con un passato ma anche chi ha necessità di arredi su misura. Molto spesso, inoltre, ci viene chiesto di adattare a nuovi contesti mobili di famiglia che le persone non vogliono eliminare ma semplicemente “aggiornare”.

Dove trovate i materiali di cui vi servite?
Negli anni si è creata una rete di contatti ai quali ci rivolgiamo con regolarità: allestitori, imprese di costruzione, architetti. A volte sono le aziende e i privati che ci cercano nel momento in cui devono liberarsi di pavimentazioni, serramenti e materiali. Addirittura una volta ci è capitato di trovare all’ingresso del laboratorio degli scatoloni di parquet antico lasciati da qualcuno che probabilmente non sapeva o non voleva eliminarli.

Create pezzi d’arredo unici. Che rapporto si crea con la committenza?
C’è una sorta di sartorialità nel nostro modo di lavorare, facciamo incontrare le persone con i materiali, con gli oggetti e con le loro storie. In questo senso, il nostro è sempre un lavoro su misura che nasce da un rapporto molto diretto con i clienti. Una cosa che ci piace molto fare è portare le persone in laboratorio, far vedere loro come nasce il loro mobile.

Vi piace definirvi falegnami, quindi siete legati a un rapporto molto fisico con il lavoro, cosa ne pensate della stampa 3D?
Non abbiamo diffidenza verso la tecnologia, anzi ci piace contaminare gesti antichi con strumenti tecnologici, soprattutto se questi possono essere d’aiuto alla quotidianità del lavoro artigiano.

Ci raccontate la vostra esperienza in Brasile?
Siamo andati in Brasile la prima volta tre anni fa per lavorare al locale di una committenza italiana. Qui un amico di infanzia ci ha messi in contatto con Enel Green Power che aveva necessità di smaltire gli imballaggi dei pannelli solari per la centrale solare che stava costruendo nella Bahia. È nato così un progetto di recupero di 16.000 pallet che si è sviluppato in due tempi. Nel corso della prima missione (novembre 2016) abbiamo lavorato per costruire una falegnameria collettiva e dotarla di tutti gli attrezzi. Siamo, poi, tornati a maggio di quest’anno per formare le persone dei villaggi coinvolti nel progetto, con l’obiettivo di renderle in grado di costruire strutture per le proprie comunità - si tratta di realtà molto povere dove manca quasi tutto - ma anche di produrre per altri. Uno dei nostri sogni nel cassetto è, infatti, quello di realizzare una linea d’arredo firmata Controprogetto e sarebbe bello che fosse realizzata proprio lì. 

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